Chi sono e da dove arrivo
Il primo mestiere
Ho passato quindici anni nei servizi professionali: prima nella consulenza fiscale e tributaria di una rete media, poi nella consulenza di direzione per piccole e medie imprese del Sud Italia. Era un lavoro che mi piaceva ed era spesso pesante; un mestiere in cui imparavi a leggere le persone più dei numeri, perché alla fine erano le persone a decidere.
Ho cominciato come junior in uno studio di Napoli, sono cresciuto dentro lo stesso ambiente, e a un certo punto mi sono trovato a gestire team di cinque-sei persone, quasi tutte più giovani di me. Era il 2010, e da lì in poi il mestiere si è spostato: non era più consulenza, era diventato il modo in cui le persone del team prendevano decisioni di carriera, anche prima di rendersene conto.
Il passaggio
Verso il 2012 mi sono accorto di una cosa: i colleghi più giovani non venivano a chiedermi del lavoro, venivano a chiedermi della loro carriera. Era una conversazione diversa, e mi accorgevo che ci mettevo molta più cura in quella che nelle revisioni di un bilancio. Quando il numero di colleghi che mi cercava per quella ragione ha cominciato a superare il numero di mandati professionali, ho capito che il mestiere era cambiato, anche se nessuno me l'aveva ancora detto.
Ho deciso di formarmi in modo serio: due anni di scuola di coaching accreditata, un percorso di supervisione che dura ancora, e nel 2008 ho aperto la pratica. La transizione non è stata netta , per qualche anno ho continuato a fare consulenza part-time, perché non volevo vivere di promesse , ma a fine 2016 il coaching era diventato il lavoro principale, e da allora non è più cambiato.
Il mio cliente tipo
Lavoro con persone tra i 28 e i 43 anni, quasi sempre nella fase in cui il primo capitolo lavorativo serio sta prendendo forma. Sono ingegneri di prodotto, project manager, consulenti junior, persone in laboratori di ricerca, professionisti dei servizi, qualche imprenditore di seconda generazione. Vivono per la maggior parte in Italia, sia in città grandi sia in centri medi del Sud e del Centro: lo studio è a Napoli, ma il lavoro online ha reso il luogo meno rilevante di quanto si pensi.
Quello che li accomuna non è il settore, è il momento: stanno decidendo se restare o cambiare, se chiedere o aspettare, se assumere responsabilità o passare la mano. Sono decisioni serie, non drammatiche, e meritano di essere prese con calma.
Come lavoro
Le sedute sono di un'ora, una a settimana. Si svolgono in videochiamata o di persona a Napoli, su appuntamento. Il pacchetto base è di sei sedute, ma è solo un punto di partenza: alcune persone chiudono dopo quattro, altre arrivano a dodici. Non vendo abbonamenti che si rinnovano da soli e non lavoro per obiettivi numerici trimestrali. Il mestiere chiede tempi diversi.
Fra una seduta e l'altra il lavoro lo fai tu: scrivi, parli con persone, sperimenti piccole cose, riporti quello che è successo. La seduta è il momento in cui leggiamo insieme quello che è emerso. Non è una sessione di motivazione, non è terapia, non è mentoring tecnico. È una conversazione che ti aiuta a vedere meglio.
Da chi imparo
Continuo a formarmi con due gruppi di supervisione mensile, uno italiano e uno internazionale. Leggo letteratura di settore mista a saggistica organizzativa , quella che dura, non l'ultimo manuale di self-help. Tengo aggiornata una piccola biblioteca di casi che condivido, in forma anonimizzata, con i colleghi del gruppo di supervisione: è il modo migliore che conosco per non smettere di imparare.
Una nota sul tono
Probabilmente l'hai già notato leggendo: scrivo come parlo. Non è una scelta di marketing, è il modo in cui mi viene meglio. Vengo da Napoli, lavoro con persone di tutta Italia, e ho imparato presto che il modo migliore per spiegarsi è dire le cose come le pensi, senza farle suonare più importanti di quanto siano. Il coaching, in fondo, è un mestiere che si fa con le parole giuste: tanto vale usarle anche fuori dalle sedute.